A Mosca una folla anti-Putin
Se il Cremlino voleva spaventare i suoi avversari con le perquisizioni
della vigilia nelle case dei nomi più in vista dell'opposizione,
decisamente non c'è riuscito: e Vladimir Putin ha persino dovuto
abbozzare un tentativo di dialogo. La giornata di ieri, festa nazionale
(il 12 giugno 1991, data dell'elezione di Boris Eltsin a primo
presidente della Russia, è considerata la data di nascita della
nazione), ha visto a Mosca una delle manifestazioni anti-Putin più
grandi che si ricordino, nonostante la nuovissima legge che impone multe
pazzesche a chi partecipa a manifestazioni non autorizzate e nonostante
le intimidazioni degli ultimi giorni. Cento, 150mila partecipanti
secondo gli organizzatori, nella realtà probabilmente di meno ma
comunque sempre tantissimi per gli standard moscoviti, hanno percorso i
boulevard della capitale fino all'enorme via Sakharov, luogo del comizio
conclusivo, con slogan molto semplici e duri («Putin vattene», «Putin
ladro» e così via), sotto lo sguardo arcigno di 12.000 poliziotti
mobilitati per l'occasione ma rimasti poi senza far nulla perché tutto
si è svolto in modo pacifico. Alla fine, un temporale ha reso più rapido
lo scioglimento della folla e più arduo il concerto previsto per il
dopo-manifestazione. Visto che i nomi più noti dello schieramento di
opposizione (il blogger Aleksei Navalny, la star televisiva Ksenia
Sobchak, il leader liberale Ilya Yashin e altri) erano assenti perché
convocati in procura dopo le perquisizioni di ieri nelle loro case, il
ruolo di leader è rimasto sulle spalle dell'unico di loro che ha sfidato
la procura ignorando la convocazione e presentandosi invece in piazza,
il comunista Sergei Udaltsov - che ha indicato il 7 ottobre prossimo,
60mo compleanno di Putin, come data per la prossima maxi-manifestazione
di protesta. Si temeva che per Udaltsov scattasse l'arresto, ma questo
non è avvenuto e anzi la procura ha fatto sapere che i convocati non
sono imputati ma soltanto «testimoni». Al fianco di Udaltsov, una ampia
schiera di oratori mandati sul palco da ogni tipo di organismo -
comitati locali, ambientalisti, movimenti lgbt, gruppi di estrema
sinistra e di estrema destra - nonché alcuni vecchi navigatori della
politica russa come gli ex premier e vicepremier Mikhail Kasyanov,
peraltro fischiato dalla folla, e Boris Nemtsov. Moltissime bandiere
rosse, a segnare una prevalenza della sinistra militante all'intero del
composito schieramento sceso in piazza; lo slogan più importante è «Non
ci spaventeranno, finché siamo uniti non possiamo essere sconfitti». Ma,
a render chiaro che il problema principale è proprio quello
dell'eterogeneità, ci sono anche moltissimi «neri» ultranazionalisti,
con le loro bandiere, i loro emblemi fascisteggianti e le loro parole
d'ordine anti-stranieri, anti-immigrati e anti-americani che contrastano
radicalmente con le intonazioni «liberal» e filooccidentali di molti
leader, oltre che con gli slogan «rossi» e sociali della maggioranza.Hanno
sfilato in tronconi di corteo separati, comunisti di qua, nazionalisti
di là, studenti universitari da un lato, gay e ambientalisti da un
altro, convergendo alla fine nello stesso comizio - non senza qualche
tensione interna, soprattutto fra i nazionalisti e i sostenitori dei
movimenti lgbt e del gruppo punk-femminista Pussy Riot. Una
rappresentante di quest'ultimo, tre componenti del quale sono in carcere
da mesi per aver inscenato un brevissimo concerto-happening dentro la
cattedrale del Cristo Salvatore, ha criticato da palco il patriarcato
ortodosso per il suo totale sostegno a Putin: è la prima volta che la
chiesa viene messa esplicitamente sotto accusa nel corso di queste
manifestazioni antiregime. Nelle stesse ore in cui si svolgeva il
raduno contro di lui, il presidente Putin ha tenuto un discorso per la
festa nazionale in cui ha fatto un aperto cenno alla necessità di un
dialogo politico: un «dialogo sul presente e sul futuro della Russia fra
tutte le forze politiche presenti nel paese (...) come avviene di norma
in una società democratica (...) È importante che ci ascoltiamo e ci
rispettiamo reciprocamente, cercando una mutua comprensione e un
compromesso...». Ancora, secondo Putin, «le manifestazioni e le
discussioni accese (...) sono normali in un paese libero e il nostro
popolo ha scelto questa strada. Quel che non è accettabile è che si
danneggi e si divida il paese». Non che queste parole significhino
qualcosa di preciso, naturalmente, ma un segnale di incertezza lo
mandano comunque, e l'opposizione non dovrebbe mancare di coglierlo. Del
resto, che a Mosca non ci siano solo botte e repressione è ovviamente
ben testimoniato dal fatto che la manifestazione di ieri è stata
autorizzata senza difficoltà e si è potuta svolgere tranquillamente.