L'economia cinese sta frenando Bolla immobiliare a rischio scoppio
NEW YORK – Sembrava che
potesse resistere a tutte le regole dell’economia, oltre che del
buonsenso comune. Pareva capace di sfidare perfino la legge di gravità. E
invece alla fine anche la bolla immobiliare cinese sta scoppiando. La
notizia ha conquistato la prima pagina del New York Times. E’ forse
un’esagerazione, un caso di “Schadenfreude” da parte degli americani,
cioè di malcelato godimento per le disgrazie altrui? In realtà l’allarme
viene da fonti governative di Pechino. In quanto agli Stati Uniti,
anche se le loro relazioni con la Repubblica Popolare sono sempre
complesse e in parte conflittuali (vedi il rinnovato appello di venerdì a
rivalutare il renminbi la cui debolezza è condannata come “competizione
sleale” da Washington), oggi prevale la preoccupazione di fronte a
queste notizie. Perché la Cina dal 2008 in poi ha avuto una funzione
positiva a livello globale: evitando di cadere in recessione, con la sua
crescita ha parzialmente attutito lo shock della crisi originata negli
Stati Uniti e poi amplificatasi nell’eurozona.Preoccupa in
particolare il fatto che non sia solo il mercato immobiliare a cadere in
Cina. La fine della febbre del mattone – durata almeno per un
quinquennio, con eccessi molto simili a quelli che caratterizzarono gli
Usa dal 2001 al 2007 – si accompagna ad altri segnali di difficoltà in
diversi settori dell’economia reale; rallentano le esportazioni, arretra
la fiducia dei consumatori. Sul sito ufficiale del governo cinese si
può leggere il parere di un esperto che parla di “marcato rallentamento
dell’economia”. Oltre a un’ondata di licenziamenti nel settore edilizio,
più in generale le vendite di beni di consumo sono cresciute il mese
scorso al ritmo più basso da tre anni a questa parte. Gli investimenti
fissi rallentano e il loro tasso di crescita non era così basso dal
2001. Il New York Times rileva, in un reportage dalla città di Xian
(famosa per “l’armata dei guerrieri di terracotta”), che questo stop
alla crescita è partito dalle regioni costiere più sviluppate ma ora sta
contagiando anche “l’entroterra”, quelle provincie dell’interno che
hanno avuto un trattamento privilegiato da parte della mano pubblica:
dovendo recuperare un ritardo di sviluppo sono state per anni la
destinazione favorita di grandi programmi d’investimento in
infrastrutture, agevolazioni fiscali e altri aiuti di Stato.Il
fatto che la Cina perda colpi non è passato inosservato sui mercati
globali: un termometro fedele è dato dalle quotazioni delle materie
prime, petrolio in testa, che si sono raffreddate da tempo. I prezzi
mondiali del greggio hanno perso il 15% dall’inizio del mese. La
Repubblica Popolare è il primo consumatore mondiale di materie prime e
il secondo mercato per il petrolio e derivati. L’epicentro di questa
crisi, proprio come fu per gli Stati Uniti nel 2008, è senza dubbio la
bolla immobiliare. Gli indicatori ufficiali di Pechino dimostrano che le
quotazioni delle case stanno cadendo in oltre la metà dei 70 capoluoghi
dove vengono effettuate le rilevazioni. Le due principali agenzie di
rating mondiali, Standard & Poor’s e Moody’s, hanno pubblicato in
simultanea due rapporti allarmati, dove prevedono che i costruttori
edili cinesi possono essere colpiti da penurie di liquidità e quindi una
catena di fallimenti. Esattamente come accadde in America, anche in
Cina il settore immobiliare è stato “drogato” dal credito facile. Con un
paio di differenze. La prima è data dall’alta propensione al risparmio
delle famiglie cinesi, più “solide” nella loro posizione finanziaria di
quanto lo fossero i consumatori americani nel 2007. La seconda
differenza deriva dal fatto che le banche cinesi sono ancora a larga
maggioranza controllate dallo Stato o dalle provincie, e questa
proprietà pubblica finora ha evitato una “resa dei conti”, prolungando
il credito a settori in difficoltà. Ma sia pure in ritardo, ormai i nodi
vengono al pettine. “I promotori immobiliari cinesi – si legge nel
rapporto Standard & Poor’s – quest’anno affronteranno una prova di
sopravvivenza”.La Repubblica Popolare ha iniziato il 2012 con un
tasso di crescita economica ancora vigoroso, un aumento del Pil
dell’8,1%. Ma è un dato ingannevole perché deriva quasi interamente
dalla velocità di crescita “ereditata” dall’anno precedente, e maschera
un trend di rallentamento molto pronunciato. L’indice manifatturiero
cinese segna il suo settimo mese consecutivo di caduta. Dall’Ocse alla
Banca mondiale, tutte le istituzioni internazionali stanno producendo
analisi allarmate per la brutalità di questa frenata. Tanto più che si
inserisce in un contesto globale che sembra orientato nella stessa
direzione. Dell’eurozona si sa, ma anche gli Stati Uniti hanno visto
rallentare gli ordinativi di computer, macchinari, aerei e altri beni
durevoli. Dal Brasile all’India al Sudafrica, la convergenza è generale,
e non è rassicurante.
(27 maggio 2012)Tratto da La Repubblica 27 maggio 2012