Qatar, un pigmeo dal pugno da gigante
Roma, 27 aprile 2012, Nena News – Il sultano Al Qassemi, commentatore
e prolifico utente di Twitter originario degli Emirati Arabi Uniti,
scherza sul suo tentativo di postare ogni giorno un articolo sulla
crescita del Qatar, quel piccolo sceiccato del Golfo Persico al centro
della Primavera Araba. C’è una formula precisa, sostiene. All’incirca
tutti gli articoli esprimono gli stessi punti: il Qatar è piccolo,
ricco, sede dei Mondiali di Calcio 2022, finanziatore del canale
satellitare pan-arabo Al Jazeera, incitatore delle proteste diffuse nel
mondo arabo – seppure difficilmente democratico in casa propria.
Spesso i titoli si avventurano in vere e proprie iperboli: The Economist ha chiamato il Qatar “Il pigmeo dal pugno da gigante” mentre il New York Review of Books ha
acclamato il suo “strano potere”. Varie testate hanno soprannominato il
60enne emiro a capo del paese, Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani,
“l’Henry Kissinger arabo.” Lo scorso anno, a microfoni spenti e alla
presenza di donatori politici, il Presidente degli Stati Uniti Barack
Obama l’ha definito, “un tipo piuttosto influente.”E’ indubbio che i reali qatarini abbiano investito la straordinaria
ricchezza del piccolo paese nell’acquisire un’influenza crescente,
sfrecciando da una zona di conflitto all’altra e invitando dissidenti e
diplomatici nella capitale, Doha, per dare consigli non richiesti, per
negoziare, o per complottare l’uno contro l’altro – di solito allo
Sheraton, hotel dalla forma piramidale risalente agli anni ’80 che
sovrasta la corniche puntellata da palme. (Si pensi a una scena da bar alla Star Wars pensata per un pubblico del Golfo con paracadutisti francesi che gironzolano mentre i ribelli del Darfur in djellaba (tunica
musulmana tipica degli stati africani) sorseggiano del tè in compagnia
di dirigenti petroliferi occidentali nella hall dell’hotel
torreggiante.) Nell’ultimo decennio, protetto dalla base area
statunitense più grande al mondo, il Qatar si è inserito nei conflitti
scoppiati in Afghanistan, Etiopia, Iraq, Israele, Sudan, Siria e Yemen,
posizionandosi come mediatore disinteressato, fidato – o per lo meno
tollerato – da tutti i partiti in gioco.Secondo le statistiche il Qatar e’ il paese piu’ ricco del pianetaAiuta certamente il fatto che ha poco di cui preoccuparsi a casa. Il
Qatar è il più ricco paese del pianeta, con i suoi 250,000 cittadini
nativi che galleggiano confortabilmente in un PIL pro-capite stimato sui
$400000 l’anno. Un altro milione e mezzo di lavoratori ospiti fatica
nei suoi mastodontici progetti di costruzione e all’interno dei copiosi
centri commerciali, mentre un piccolo gruppo di espatriati arabi o
occidentali compila i documenti di lavoro e fa sì che ‘i treni scorrano
sempre puntuali’. Dai sondaggi di opinione si evince che i qatarini
hanno poco interesse nell’attuare riforme politiche, e non c’è da
sorprendersi: a parte il fatto che devono vivere nella non esaltante
Doha – un polveroso e torrido inferno per metà dell’anno – la vita per
loro non è malaccio.Fino al 2011, l’emiro sembrava essere soddisfatto dal suo ruolo da
mediatore, sebbene la copertura da parte di Al Jazeera in ambito
politico (dovunque al di fuori del Qatar e del Golfo, ovviamente) avesse
talvolta irritato i suoi compagni autocrati arabi. La sua influenza è
sicuramente aumentata nel momento in cui i capi di governo del potere
tradizionale della regione, quali Egitto e Arabia Saudita, hanno
cominciato a rimbambirsi. Ma le ambizioni di Sheikh Hamad hanno spiccato
ulteriormente il volo nel momento in cui lo scorso anno il suo popolare
canale satellitare si fece incontrollabile simpatizzante delle rivolte
in Egitto, Siria, Tunisia e Yemen (ma non del confinante Bahrain),
mentre la minuscola armata qatarina si è è unita alle rappresaglie
contro il tiranno libico Muammar al-Qaddafi. Perfino i potenti Stati
Uniti cominciarono a rivolgersi al Qatar come potenza in grado di
coinvolgere la Lega Araba e il suo programma in continua trasformazione –
una tornata non da poco giacché Washington, per lungo tempo, aveva
associato il Qatar ad Al Jazeera, famosa per il suo livore
anti-americano e i cruenti filmati attribuiti ad al-Qaeda.Questo è materiale indubbiamente esaltante per quel piccolo “pollice”
che emerge dalla compatta Penisola Arabica, come una volta Qaddafi
descrisse il Qatar. Dopotutto, il paese è poco più di una città-stato di
ampiezza pari al Connecticut, circondato da dei vicini armati fino ai
denti. Nella sua personale ricerca di colmare un vuoto – ignorando i
suoi punti deboli – l’emiro si è spinto alla fine troppo in là?Per gran parte della sua breve storia, il Qatar è stato un
ripensamento di un ripensamento all’interno della politica globale, un
ambiente isolato e impoverito spesso preda dei piani di potenze più
forti: dalla lotta britannica contro i turchi ottomani per il controllo
del Golfo Persico nel 19° secolo alla crescita della wahabita Arabia
Saudita nella porta affianco nel 20° secolo. Parimenti ad altri capi di
piccoli stati, la famiglia al-Thani ha una certa abilità nel
sopravvivere, a volte placando i vicini più grossi del Qatar, altre
volte irritandoli e cercando una qualunque protezione esterna, come
quando il Qatar fece costruire la gigantesca e costosissima base aerea
statunitense al-Udeid nel 1996, anticipando la chiusura di una simile
piattaforma americana in Arabia Saudita – questo ancor prima che
l’emirato avesse una forza aerea sua personale.L’oro nero fa la fortuna della famiglia al ThaniLa scoperta del petrolio nel 1940 permise alla famiglia Al Thani di
plasmare le autoctone tribù in lotta e i pescatori di perle in un
piccolo stato incredibilmente ricco. Non fu fino al 1995, quando Sheikh
Hamad rovesciò suo padre in un colpo di stato non cruento, che il Qatar
cominciò a subire un’evoluzione da piccolo fazzoletto desertico a
potenza vera e propria, sia all’interno della regione che al di là dei
suoi confini. Sotto Hamad il Qatar è diventato un potere espansionista,
una sorta di Venezia dei giorni nostri – l’unica differenza è che la sua
forza non risiede nel commercio o nel valore marittimo ma nel flusso di
gas naturale. In questo, il Qatar è stato molto più che meramente
fortunato. Infatti, ha fatto grandi e avventate scommesse sulla crescita
del gas naturale liquefatto e ha reinvestito i profitti in giganteschi
progetti d’infrastrutture a casa propria e in patrimoni
dall’ineguagliabile valore all’estero, come Harrods a Londra e la
squadra di calcio francese Paris Saint-Germain. Alla fine, il governo si
augura che il cospicuo fondo sovrano di 85 milioni di dollari sia in
grado di finanziare le sue operazioni in eterno.Tutto il denaro derivato dal gas ha fatto di Doha un improbabile
centro d’intrighi politici, una sorta di Baia delle Tartarughe del Golfo
Persico. Ho vissuto in Qatar per poco più di un anno, fino al dicembre
scorso, e la città mi ha offerto una poltrona in prima fila nel momento
in cui la Primavera Araba si è dispiegata – e molto spesso diretta,
sembrerebbe, proprio da Doha. In ottobre mi sono recato a Souq Waqif, un
mercato dallo stile disneyano in prossimità della corniche cittadina, per prendere parte ai festeggiamenti locali in onore degli espatriati libici. Il souq era
drappeggiato con striscioni inneggianti al trionfo dei ribelli su
Qaddafi, che era stato appena sommariamente giustiziato e messo in
mostra grottescamente all’interno di un vano porta-carne. Il picco della
festa – una sorta di miscuglio tra il pogare con foga e il ballare a
ritmo di danze libiche con l’accompagnamento dell’inno rivoluzionario
“Alza in alto la testa, sei un libico libero” – si era spinto oltre
secondo le autorità, ed è stato perciò sostituito a metà da una danza
tradizionale qatarina caratterizzata dall’uso di spade tradizionali.Per mesi Doha ha fatto squadra con gli esuli libici, finanziati non
tanto segretamente dal Qatar stesso, sistemandoli in costosi alberghi e
foraggiando il loro canale satellitare. Jet cargo qatarini hanno
traghettato decine di milioni di aiuti umanitari, armi e truppe addette
ad operazioni speciali nei quartieri generali dei ribelli a Benghazi;
all’incirca l’intera forza aerea qatarina ha aiutato a rafforzare la no-fly zone
messa in atto dalla NATO. In agosto, quando i ribelli libici hanno
preso d’assalto il complesso Bab al-Aziziya di Qaddafi hanno alzato una
bandiera qatarina in segno di apprezzamento. Alla domanda postagli da Al
Jazeera, su quanto il Qatar avesse investito nella rivoluzione libica,
il primo ministro ha detto semplicemente: “Tantissimo. Ci è costata
tantissimo.”Il Qatar ha insistito che il suo unico interesse in Libia era la
libertà del popolo libico. Ma una reazione nazionalista ha fatto seguito
alla presunta intromissione qatarina nelle questioni libiche. Abdel
Rahman Shalgham, il precedente ambasciatore ONU di Qaddafi il cui
distacco ha contribuito a sigillare il destino di Qaddafi stesso,
apparve sullo schermo a denunciare il Qatar come una forza aliena e
maligna. “Il Qatar potrebbe illudersi di essere alla guida dell’intera
regione,” disse in quell’occasione. “Ma io non accetto assolutamente la
sua presenza.” Gli alleati secolari del Qatar sono stati presto
allontanati dal governo di transizione, mentre il suo principale
referente islamista in Libia, Abdel Hakim Belhaj, fu detenuto e umiliato
all’aeroporto di Tripoli dalle milizie rivali. A un anno di distanza è
difficile capire cosa il Qatar ci abbia guadagnato dall’esperienza
nord-africana.Se la Libia ha rappresentato l’apoteosi della potenza qatarina, la
Siria rappresenta tutti i suoi limiti. Più di un anno dopo l’inizio
della rivoluzione, i siriani stanno ancora sfidando i proiettili come
segno di protesta contro il governo di Bashar al-Assad – e reagendo
coseguentemente con i pochi in loro possesso. Per il momento tutti i
tentativi esterni di fermare il conflitto pacificamente sono falliti, e
sono sfumati pure gli sforzi, rappresentati dal Qatar in testa, di
formulare una soluzione diplomatica. Se Assad sopravvive, il Qatar si
sarà inimicato il più grande fan del regime siriano, cioè l’Iran, con il
quale condivide la più ampia riserva di gas del mondo e mantiene
ufficialmente rapporti amichevoli, che rischiano di essere però
compromessi.Al Jazeera, un potere demiatico eccezionaleNel frattempo, perfino i siriani opposti al governo si lamentano che
la copertura data da Al Jazeera del conflitto è diventata poco
professionale – stucchevole, di parte, e spesso non affidabile. Ali
Hashem, un accreditato reporter di Al Jazeera, ha dato le dimissioni a
marzo, dichiarando che i suoi servizi sui combattenti armati erano stati
accantonati per lasciar spazio alla narrativa ufficiale inneggiante
alla resistenza pacifica. Il fatto che a dirigere il canale ci sia ora
un membro della famiglia reale qatarina, sostituitosi a Wadah Khanfar
che ha rinunciato al suo ruolo pluridecennale, ha fatto perdere al
canale credibilità e indipendenza.La Siria non fa eccezione. Qualunque mezzo mediatico si consideri,
sono state molto poche le iniziative diplomatiche del Qatar che hanno
portato a qualche frutto. La risoluzione politica del Libano del 2008,
sancita in Qatar, emerge come un raro episodio di successo, gli altri
rimangono irrisolti. Nel maggio 2011, il Qatar ha levato le tende di
fronte agli sforzi di raggiungere un accordo di pace in Yemen, mentre il
Bahrain nello stesso mese ha accantonato l’offerta qatarina di mediare
il suo conflitto interno. Doha si è resa volontaria per ospitare i
negoziati di pace tra Stati Uniti e talebani, volti a risolvere una
guerra decennale in Afghanistan, ma i talebani non hanno ancora
inaugurato il loro ufficio lì e il Congresso americano ha bloccato uno
scambio di prigionieri che avrebbe potuto costruire confidenza per nuove
negoziazioni. L’accordo sul Darfur, firmato allo Sheraton dopo più di
un anno, non ha nemmeno incluso tutti i partiti in lotta. Pure i
promettenti sforzi qatarini di allontanare Hamas dall’Iran non gli hanno
guadagnato nessuna simpatia dai vicini: un recente incontro tra i
leader arabi a Riyadh, focalizzato sull’Iran, ha escluso di proposito
Sheikh Hamad, diffidato per i suoi semi-calorosi rapporti con Tehran.Nemmeno la mucca da mungere qatarina – il gas naturale – è in una
botte di ferro. Un eccesso di rifornimento globale ha fatto sì che i
prezzi siano crollati vertiginosamente. L’Australia potrebbe sorpassare
il Qatar nella produzione del gas naturale liquefatto, e la rivoluzione
del gas di scisto negli Stati Uniti e nell’Europa dell’Est (senza
menzionare posti fuori mano come il Mozambico e potenziali nuovi
giocatori come la Libia) minaccia di prolungare il periodo nero del
mercato.E tra dieci anni anche i Mondiali di CalcioPer quanto riguarda la Coppa del Mondo, probabilmente il fiore
all’occhiello dell’ascensione del Qatar nell’esclusivo partito dei paesi
vincenti, non è per niente chiaro se Doha si crogiolerà nella sua
gloria calcistica tra un decennio. Non solo si sono sollevate molte
domande a proposito della fattibilità o meno dell’ospitare un torneo a
temperature che raggiungono i 120 gradi Fahreneit in estate, della
limitata disponibilità di alcool, e del design rischioso, volto a
placare il calore esterno, degli stadi del Qatar, ma anche la FIFA, il
corpo internazionale a capo delle questioni calcistiche, potrebbe
lanciare un’investigazione per verificare le accuse che vedono ufficiali
qatarini nella veste di estorsori, per accaparrarsi la vittoria alle
selezioni. Ad ogni modo, il Qatar ha bisogno di importare milioni di
tonnellate di materiali grezzi – tra le tante cose, anche la sabbia
dall’Arabia Saudita – per rendere la Coppa del Mondo un successo. Ciò
darà ai sauditi, con la loro politica estera alquanto retrograda e una
lunga storia di incursioni nella politica qatarina, la capacità di fare
pressione negli anni a venire.In virtù di tutto questo, mettiamo da parte le onorificenze per il
Qatar. C’è un motivo per cui la maggior parte delle città-stato nel
corso della storia ha evitato di provocare i vicini più grandi – presto o
tardi costoro colpiranno indietro. Essere incredibilmente ricchi non è
forse abbastanza?L’articolo del Foreign Policy e’ al link seguente: http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/04/23/the_qatar_bubble?page=0,1